Storia di Maria

LA DEPRESSIONE

Mi chiamo Maria, ho 65 anni.

Sono vedova, ho due figli ormai adulti che vivono nelle loro case non troppo lontane dalla mia.

Quando ero più giovane, e loro più piccoli, io cantavo, cantavo sempre, riempivo la nostra casa con la mia voce mentre mi affaccendavo a pulire o cucinare.

Ho avuto una vita lineare, attraversata dalle piccole cose e dai miei canti.

Come posso raccontarla?  Si, sono stata felice senza accorgermene, ed ho sempre vissuto tutte le emozioni al massimo:  gioia, rabbia, dolore, allegria, speranza, delusione…tutto senza sfumature, tutto con la massima intensità.  Certo, quando mi sentivo giù di morale, sapevo toccare il fondo…

Cosa posso dire ancora?    Ah, si: adoro i cappelli.  Di tutte le forme e dimensioni.  Non uscivo quasi mai di casa senza un cappello: estate e inverno, sempre con un cappellino in testa,  e mi sentivo elegante al punto giusto.

Ad un certo punto della nostra storia, mio marito si è ammalato di cancro,  ed è mancato dopo qualche anno, in silenzio, in un soffio, in un giorno di festa.  Più avanti i miei figli si sono sposati e, uno dopo l’altro, sono andati a vivere per conto loro.

E io?  Piano piano ho cominciato ad uscire di casa sempre meno,  e questa casa dove io cantavo è diventata il luogo dei ricordi.  Ma ci sono i ricordi belli che ti fanno sentire ricca e grata alla vita e ci sono quelli brutti che aumentano il senso di perdita, la mancanza ed il vuoto.   Ecco, io ora vivo di questi.

Spesso non ho voglia di fare niente, non mi interessa uscire, i miei cappelli sono chiusi nell’armadio.

Al mattino, se penso che ho davanti un’intera giornata, non mi alzerei mai, perché è molto faticoso prendersi cura di me, mangiare e bere, parlare con le altre persone, guardare il mondo intorno: la giornata che ho davanti mi fa paura.  La sera va meglio perché precede la notte, quando riesco finalmente ad addormentarmi e non esistere, per un po’.

Mi sento abbandonata dal mondo intero, anche perché l’affetto degli altri non buca più la scorza del mio cuore congelato.

Ho bisogno di aiuto, di aiuto, di aiuto…  Per riuscire a comprendere da dove arriva questo dolore e a dargli un senso, perché per il momento non riesco ad immaginare che un giorno potrei di nuovo cantare mentre sfaccendo in casa.

Sento bene questo bisogno, anche se una parte di me mi trattiene come se fossi legata. E’ uno sforzo grande per me, ma capisco che se riesco a chiedere aiuto, il primo passo, il più difficile, l’ho fatto.